Difference between revisions of "Beelzebu"

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Revision as of 19:50, 12 July 2019

Beelzebub
Ritratto
Raffigurazione pittorica del Superno
Descrizione

Nome Denai Beelzebu
Titolo/i Il Primo Drago, Il Drago Divino, Colui al di là delle nuvole.
Allineamento Neutrale Caotico
Dominio Draghi
Aree di influenza Draghi, Anfitteri, Serpenti Marini.
Ramo Draithiano
Patrono di nessuno
Culto
Fedeli Sette e culti diffusi su Alinox

Diffusione

Opera di riferimento Codice delle Scaglie (frammenti)


Beelzebub (in Denai Beelzebu) è il Superno dei Draghi. Considerato il creatore della specie.

Aspetto

Beelzebub è un drago mutaforma. Data la natura mutevole di Beelzebub, Il suo aspetto cambia di situazione in situazione, direttamente correlato al suo umore in quel preciso momento. Può apparire in diversi modi e colori, conformazione fisica e dimensioni. L’aspetto originario del Drago supernico è quello di un gigantesco drago dalle scaglie nere, munito di due corna, due grosse ali, una lunga coda con delle lame al termine, due zampe anteriori con mani possenti e due zampe posteriori, tutti muniti di cinque affilati artigli. Al centro della testa è situato il suo unico occhio, simile ad un grosso diamante color rosso fuoco.

Genealogia

Beelzebub è il figlio primogenito di Miluna

Mitologia

I miti e le leggende che riguardano Beelzebub erano raccolti nel “Codice delle Scaglie”, un antico e mitologico volume anonimo bilingue (una parte in Denai, l’altra scritta con caratteri incomprensibili) che si dicesse essere rivestito da una copertina di metallo realizzata a scaglie, al cui centro era posta una pietra arancione. Purtroppo gran parte di quest’opera è andata perduta e quello che rimane sono frammenti dei testi e disegni riportati nel volume. Molti ricercatori si sono adoperati allo studio e alla ricerca di tali scritture. Fortunatamente sono stati recuperati importanti brani e frammenti, custoditi nella Biblioteca Centrale Spesiana.

Genesi

Durante una sera d’estate, sulle rive di un fiume, vi era una carpa che osservava il cielo. Il pesce era completamente rapito da Milun, che splendeva alta nella notte, illuminando il paesaggio circostante. La carpa le dedicava poesie e canti, saltando e muovendo l’acqua intorno a sé, creava numerosi giochi acrobatici. La Luna era colpita e divertita dal pesce, ma non riusciva a sentirlo in quanto troppo lontana da lui. La giovane carpa, resosi conto della distanza, decise di risalire il fiume fino ad arrivare al lago vicino la sorgente. Lì, Milun avrebbe potuto ascoltare i suoi canti e gioire dei movimenti. La corrente era forte, ma il pesce lo era di più. Ad ogni spinta ricevuta dalla corrente, il pesce nuotava doppiamente più forte e più rapido. Quando finalmente arrivò in cima, erano trascorsi tre giorni e altrettanti notti. Era l’alba e la Luna stava andando via, quando vide il pesce tuffarsi nel lago. Felice di rivederlo, li concedette pochi minuti della sua luce, che la carpa usò per intonare una canzone. Ma lo sforzo era stato troppo grande e a metà del testo, ansimando, il pesce spirò. Miluna ne fu addolorata, finalmente avrebbe potuto ascoltarlo, ma ora il corpo del giovane pesce galleggiava al centro del lago, con la pancia all’insù. Avrebbe ricompensato quella carpa tenace e forte con una nuova vita. Raccolse il pesce e lo avvolse in un guscio duro. Radunò un po’ di terra e la pose al centro del lago formando un isolotto, quindi se ne andò perché ormai mattina. Ogni notte da allora, la Luna illuminò con la sua amorevole luce l’uovo che cresceva al centro del lago. Passarono 7 settimane e l’uovo era diventato grande come un’abitazione. Quando arrivò la notte, e Milun si mostrò di nuovo, l’uovo si schiuse. Con un grande lampo, la creatura uscì fuori dal suo guscio. Di statura gigantesca, così grande da occupare il cielo notturno, munita di grosse ali e una lunga coda. Alla vista della Luna, però, si inchinò elegantemente, riconoscendola come la madre che le aveva ridato la vita. Milun avrebbe allevato allora quella creatura, la prima della sua specie, insegnandole a controllare la forza che aveva dentro.

Genesi dei Draghi

Ci fu una villaggio, nell’era antecedente alla Prima Pietra spesiana, che sorgeva su una collina al di là dell’orizzonte. I suoi abitanti, tra i più resilienti del piano, forgiati dall’incessante bastonare delle intemperie, lavoravano duramente il terreno, ma spesso i raccolti non erano abbondanti e capitava non fossero abbastanza per tutti. La vita era lì dura, sì che ci furono individui fra loro che preferivano gettarsi in un viaggio senza meta, consapevoli dell’ineluttabilità della morte, per sperare di trovare luoghi migliori invece che rimanere a soffrire. Non c’era altra scelta che rimanere e resistere. Quando il superno-drago era solito viaggiare ancora, scrutò questo popolo, notando con quanta forza scolpivano il terreno, quasi come costringerlo a donare loro i suoi frutti. Incuriosito, si mostrò in tutto il suo splendore, mutando il suo aspetto affinché potesse essere sì grande ma non da minacciare con la sua statura le loro vite. Il superno chiese al contadino più anziano come mai i suoi simili battessero la terra con tanta veemenza. Il vecchio rispose che la terra, infima e aspra, doveva essere bastonata tanto forte tanto quanto i venti e le piogge facessero lo stesso con loro, così che avrebbe lasciato i suoi frutti con più facilità. Il superno comprese bene le difficoltà che la gente sopra la collina doveva affrontare: ogni estate il sole essiccava i fiumi circostanti e ogni inverno piogge tremende e venti feroci inondava e spazzavano quelle lande martoriate. Prese così una zolla da là vicino con la propria mano, la pose davanti alla sua bocca e soffiò con forza il suo fiato infuocato. La terra prese subito fuoco, ma da quelle lingue rosse uscirono splendidi rami colorati, ripieni di fiori e di frutti. Scagliò il suo pugno rigoglio velocemente nella terra, e da essa immediatamente crebbero alti alberi, portatori di nutrimento. a questo punto si alzò in volo e, riacquistata la sua enorme massa, sventolò le grandi ali, allontanando le nubi minacciose altrove. Si recò quindi alla sorgente del fiume, sopra le montagne, per cercare riposo. L’anziano andò subito a ringraziarlo, inchinandosi con i suoi figli e fratelli, per rendere omaggio al dono miracoloso del Drago-dio. In breve tempo, il villaggio crebbe di dimensioni, diventando una città. Sorgevano palazzi enormemente grandi e la popolazione crebbe di numero, così da presentare ogni primavera nuovi volti al Superno, che intanto si intratteneva creando numerosi artefatti straordinari, creati dall’oro delle offerte dei suoi adoratori. Essi portavano una parte del loro raccolto, offrendolo come giusto sacrificio per il lavoro del Superno. Man mano che gli anni scorrevano però, sempre meno persone raggiungevano la sorgente, e ancora di meno portavano libagioni alla creatura divina, la quale si fece sempre più sospettosa degli umani. Altri anni passarono finché non giunse più nessuno alla cima della montagna, tant’è che il drago divino divenne triste e annoiato, circondato da niente se non la solitudine sovrana. Era però curioso di sapere cosa i cittadini stessero facendo, tanto da non andare più a trovarlo. Tesse un mantello di nuvole e discese nella valle, sfruttando il fruscio del vento per coprire lo sbattere delle sue ali. Ad aspettarlo vi era una città corrotta, devastata da lotte intestine, divorata dall’avarizia dei suoi abitanti e dalla perversione dei potenti, che regnavano sugli altri loro pari usando il pugno di ferro. Dove una volta sorgevano templi in onore del superno, ora si ergevano cumuli di macerie e rifiuti. I più sfortunati pativano la fame, benché i raccolti bastassero a sfamare grandi mandrie di cavalli e buoi. La fame d’oro aveva rimpiazzato la fratellanza che scorreva nei cuori della gente, e ora regnava solo che ignoranza e cattiveria. Il superno, inorridito dallo spettacolo pietoso che li si poneva davanti, squarciò il suo mantello facendolo a pezzi, e ruggì con un boato risonante per tutto il Piano. La popolazione iniziò ad insultarlo e a lanciare contro di lui le stesse pietre che costituivano la loro città. La creatura divina non poteva tollerare tanta scelleratezza. Volò sopra il palazzo centrale, bello e adornato di pietre e metalli preziosi, inspirò tutta l’aria circostante, assorbendo i venti, le nuvole e parte della lucentezza dei raggi solari per poi soffiare.

Quoterosso1.png Ora sono diventato la morte, il distruttore dei mondi Quoterosso2.png

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Il suo fiato polverizzò qualsiasi cosa si trovasse davanti, tanto caldo da sciogliere la pietra e liquefare il metallo, trasformando la valle in un groviglio putrescente di lava incandescente e maleodorante. La ferocia era stata così alta e iraconda che molte delle sue preziose scaglie vennero gettate dappertutto lì intorno, molte delle quali si fusero con la lava, animandola. Amareggiato, il Superno volò via da quella landa tumefatta, iniziando il suo solitario peregrinaggio. Intanto nella landa distrutta sorgeva ora un vulcano, alla base del quale nuova vita movimentava la terra. Le scaglie magiche del Superno avevano animato la lava, legando alcune di quelle anime dei poveri mortali ad una nuova esistenza. Le creature sorte dal fuoco possedevano un paio d’ali, una coda, delle corna ed erano capaci di sputare fuoco, proprio come il Drago Divino loro creatore. Così dalla precedente devastazione, nuova vita rinvigoriva quella landa.


= Il Culto e i templi

Non esiste un vero culto in favore di Beelzebub. È presente solo una statua all'interno del Pantheon Supernico di Spes. Si pensa che la maggior parte dei rituali riservati al Superno siano stati trascritti nel "Codice delle Scaglie", opera della quale non restano che frammenti e trascrizioni parziali.

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