Apocalisse eselduriana

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Apocalisse eselduriana
Nome in denai Staildur Eseldurul
Tipo Fine del piano

Data 2902-2904 d.F.

Interesse Mondiale

Con Apocalisse eselduriana si indicano gli eventi accaduti fra il 2902 e il 2904 d.F. sul Piano di Eseldur e che condussero in breve tempo al suo abbandono da parte della popolazione, vessata da anni di violente scosse di terremoto, maremoti ed esplosioni vulcaniche.

Eventi Storici

2902 - 2903 d.F.: I primi segni della catastrofe

2904 d.F.: La fuga su Karaldur

Un'opera letteraria: "Cronache della fine del Piano"

Le "Cronache della fine del Piano" sono un libro scritto da un autore spesiano che narrano degli eventi accaduti prima e dopo l'attraversamento dell'Antico Portale nella Quinta Era.

Introduzione

“Possano i Superni sempre accogliere la nostra preghiera”

Un coro unanime si levò dall’assemblea di una chiesa spesiana. Occhi colmi di speranza osservavano gli eleganti dipinti che adornavano il soffitto dell’edificio e mani intrecciate assecondavano il lieve sussurro di preghiere affidate agli dei.

“Zampan, guida i nostri governanti! Alikòs Resolan, guida i popoli! Miju! allontana la sofferenza dal cuore dei tuoi umili fedeli!”  Il sacerdote concluse la sua orazione, alzò il capo verso l’alto e poi osservò nuovamente la massa radunata davanti a lui, inginocchiata in segno di rispetto. La maggior parte dei presenti si alzò e in silenzio si diresse verso l’imponente portone di ingresso, istoriato con scene tratte dalle leggende delle Ere passate; la storia di Gos Tanek e Dakaron, il diluvio successivo alla Guerra del Trono, la sconfitta di Drarth Wilhelm e dei suoi seguaci Buhuiti.

“Mamma, i Superni ci saranno sempre?” Chiese curiosa una bambina. La madre sospirò e guardò l’artistica raffigurazione dell’Olimpo Supernico collocata sulla parete opposta all’entrata.

“Certo, figlia mia”

Capitolo primo: l'Assemblea supernica

Un frusciare di tuniche colmava il silenzio della Sala del Concilio. Le pareti risplendevano di luce propria e lenti fuochi fatui danzavano dolcemente, chiusi in lanterne di cristallo purissimo. Dalle sontuose finestre la luce di mille e più soli mutava in un bizzarro gioco di ombre, così che in ogni istante alba, giorno, crepuscolo e notte coincidessero.

Il palazzo supernico non aveva età, era nato con la nascita del tempo e con esso sarebbe scomparso. Neanche Kaskemas stesso avrebbe potuto enumerare con certezza gli infiniti corridoi e saloni che componevano il divino edificio, proprio come l’essenza stessa dei Superni, anche la loro sede era mutevole, e ogni secondo una vecchia stanza lasciava il posto a un nuovo giardino, o una finestra si tramutava in un dipinto.

“Kaskemas ancora non è tornato, quante ere dovranno passare prima che torni nel Concilio?” Nùn, superno dei messaggeri, ruppe il silenzio della sala.

 “Non credo che spetti a noi giudicare un Padre Superno” Un’ombra incappucciata emerse senza alcun rumore da dietro una libreria.

“Levòtered, comprendo la tua fiducia, ma continuare in questa situazione è solo più complicato. Siamo divinità ma abbiamo un innato compito, per fortuna non tutti vaghiamo per i piani solo per il nostro diletto! Per quanto ne sappiamo potrebbe essere decaduto, e allora cosa faremo? Senza una guida, entrambi i progenitori della divina stirpe avrebbero cessato di esistere…” Kòlis si fermò un attimo per osservare i volti degli altri presenti, poi tentò di riprendere la parola, ma un pesante tonfo lo ammutolì. Lelem risollevò il pesante bastone della parola, osservò l’intera assemblea con sguardo tagliente, sicuro di aver ricordato che una discussione richiedeva ordine.

“Abbiamo altro di cui discutere, basta parlare di ciò che non è di nostra competenza” Satardel srotolò una lunga pergamena e iniziò e leggere lentamente tutti i singoli punti che il Concilio avrebbe dovuto affrontare, soffermandosi a ogni virgola o punto.

Quando ebbe raggiunto circa i due terzi della lista, un boato assordante irruppe violentemente nel Palazzo.

“Lelem, non esagerare con quel bastone” Sbuffò Marùk, non convinto delle sue stesse parole.

Levòtered si alzò “Non ha avuto origine qui, ma su Eseldur” poi si incamminò verso un planisfero monumentale, sul quale si rifletteva ogni evento terreno: minuscoli uomini passeggiavano per le vie di città in miniatura, e onde quasi intangibili si infrangevano su piccoli scogli.

La lettura della lista riprese, e il superno della Burocrazia annunciò che avrebbe annotato tale evento alla fine del già impegnativo ordine del giorno. Dopo pochi secondi un altro rumore, più potente, fece sollevare gli occhi dalla carta a Satardel stesso, tutti gli altri si alzarono e di diressero verso il piccolo mondo che Levòtered già stava osservando.

“Non ho mai sentito nulla di simile...” Un coro disordinato di voci si trasformò ben presto in trambusto, ognuno proclamava a gran voce teorie sull’accaduto, alcuni annuivano, altri osservavano la mappa alla ricerca di indizi.

“SILENZIO!”

L'urlo riportò la situazione alla normalità.

“Per ora nessun segno dell’origine del rumore, dobbiamo aspettare”

Capitolo secondo: Rosulèd

“Alla fine il Protettore ha scelto, vero?”

“Era ora! Due mesi per scegliere solamente il responsabile di una normale missione, stanno facendo apparire questa storia dei vulcani peggio di quanto sia in realtà. Qualche bolla e un po’ di fumo, se i lumvalossiani si spaventano per così poco è meglio che stiano in casa a pregare quel loro dio!” Un signore ridacchiò sonoramente e ingurgitò un altro bicchiere di vino spesiano.

“Oste, il nome è già stato reso noto?” Si rivolse poi al proprietario della locanda L’aeronave infuocata , che non sembrava particolarmente contento di ospitare nel suo locale un così rumoroso cliente.

“Sì” rispose distrattamente “Una certa Rosulèd Varpùl, si è laureata all’Università di Spes con il massimo dei voti e sembra sia anche andata in solitaria da Thorvil a Lumvalos, affrontando il freddo del Sud a bordo di una piccola aeronave con poche provviste.” Il grasso interlocutore quasi sputò ciò che stava bevendo.

“Una donna? Il Protettore deve essere completamente impazzito, affidare una così importante missione a una ragazza ambiziosa?”

“Io non ho parlato di una ragazza, da quel che ho letto sulla copia di questa mattina delle Cronache di Spes, ha lavorato per 20 anni nell’aeronautica di diverse città, ha guidati dei vascelli per quasi tutti i governi e da qualche anno è a capo di una piccola flotta di aeronavi che fa capo direttamente al Protettorato stesso. Credo abbia almeno cinquanta anni, se non cinquantacinque” Poi riprese a pulire il bancone.

“Ottimo, una vecchietta”

“Da qualche mese il vulcano del Kardaràt, a Nord di Lumvalos, ha dato segni di attività consistente. Un denso fumo nero esce senza interruzione dal camino principale e da alcuni camini secondari; dei geyser creduti spenti si sono riattivati e gli studiosi del Dominio di Uhle hanno rilevato una più intensa attività sismica. Per quanto riguarda i vulcani sommersi nel Letoredàn, Borudean, Jenean e perfino nell’isola di Alepas le caratteristiche sono comuni, il calore emesso è in aumento, e di conseguenza la temperatura delle acque, i pescatori locali hanno denunciato una moria di pesci e saltuaria emissione di bolle di gas. I vulcani spenti per Jeddur non hanno ancora dato manifesti segni di risveglio, ad eccezione della già detta attività sismica in aumento” Rosulèd guardò il protettore, poi consegnò una cartellina.

“Lì potrà trovare la lista di ciò che mi serve, compresi i nomi degli uomini che voglio a capo delle singole aeronavi. Ho già contattato l’Università di Skerak per l’invio di alcuni strumenti per il controllo delle acque, il governo modernista, così come il Dominio di Uhle, dovrebbero inviarci al più presto i dati completi delle loro osservazioni” Il Protettore, seduto nella poltrona del suo ufficio, guardò la donna e indicò una pila di fogli su un tavolo posto al centro della stanza.

“In quei documenti può trovare le decisioni già prese dal Consiglio di Spes, molte questioni sono state già ampiamente discusse e credo che il suo piano necessiti di alcuni cambiamenti. Per tutta la durata dell’operazione dovrà far riferimento al Centro di Studi Spesiano per qualunque richiesta, la invito a non rivolgersi più in modo autonomo alle nazioni estere.”

“Comprendo la sua preoccupazione, ma mi era stato detto che avrei potuto gestire n modo completamente autonomo questa missione…”

“… nei limiti di quanto il governo di questa città le concede, se non è disposta ad accettare una così prestigiosa offerta, credo sappia meglio di me quanti preparati candidati si sono presentati per il posto che le è stato affidato.” Rosulèd cercò di controllare il proprio disagio.

“Certo, aspetto ulteriori ordini” Poi si alzò, e dopo che lo ebbe fatto anche il Protettore, i due si congedarono formalmente.

Rosulèd entrò furente nell’edificio che il Protettorato aveva adibito a quartier ufficiale, era in parte un magazzino in parte una serie di uffici colmi di mappe.

“Il Protettorato pretende di subordinare questa missione agli interessi economici! Un’occasione come questa per analizzare la struttura del nostro mondo all’insegna degli accordi politici. La invito a non rivolgersi più in modo autonomo alle nazioni estere.” Rosulèd imitò goffamente il governatore della città con cui aveva parlato poco prima.

“Oramai è troppo tardi per tirarsi indietro, cerchiamo di prendere solo il meglio di questa esperienza.” Un anziano uomo si avvicinò alla donna e mentre parlava indicò alcune scatole. “E’ arrivata la strumentazione da Skerak, e nel tuo ufficio ho messo i dati dei Lumvalossiani. Per quanto riguarda le aeronavi richieste, credo dovremo accontentarci di due aeronavi laboratori, cinque da ricognizione e tre aeronavi standard. Almeno siamo riusciti a farci concedere il modello anfibio, non avrei sopportato gestire continui trasferimenti da una nave all’altra”

Capitolo terzo: la fuga

L’eterea luce dell’Olimpo Supernico, secondo le leggende, continua a brillare anche nelle epoche più buie e mai i bracieri divini si spengono per lasciare che l’ombra oscuri la sede di “coloro che volano”.

Un urlo di dolore squarciò il silenzio, un rumore di sigilli infranti rimbombò in ogni sala, riempiendo di terrore i cuori di ogni Superno. In breve tempo la sala del Concilio venne colmata da un brusio sommesso e impaurito, qualcuno guardava con speranza all’unico dei due troni sui quali un Padre sarebbe potuto sedersi.

“Drarth è fuggito dalla prigione nel quale lo avevamo rilegato” Levòtered mostrò a tutti i presenti un mazzo di chiavi infrante e piegate, facendolo fluttuare sul palmo della sua mano. “Ho custodito queste dieci chiavi per millenni, una per ogni sigillo posto a chiusura della prigione nel quale le avevamo rinchiuso. Si sono distrutte tutte insieme, infrante in una nuvola di frammenti. “

“Kaskemas non torna, con quale diritto potrà continuare a volersi sedere su quel trono?”

“Esatto! Dobbiamo eleggere una nuova guida!”

“Ora basta! Abbiamo problemi di maggiore importanza adesso. Dobbiamo cercare di capire dove è andato. Nonostante la prigionia rimane un essere di enorme potere, non potrà nascondere la sua vera natura a lungo” Lelem, come sempre, riportò l’ordine nell’assemblea battendo il suo bastone.

Capitolo quarto: la situazione si fa bollente

“Capitano, la situazione non promette bene” Lepotèr Geruvan, capitano di almeno dieci aeronavi presso la Marina di Spes, alzò gli occhi preoccupati dal tavolo delle mappe, osservando Rosulèd in cerca di una risposta.

“Non possiamo tornare indietro ora, Lumvalos è a poche ore di volo e ci servono conferme di quanto abbiamo osservato presso la baia di Skerak. Se le previsioni alle quali siamo giunti sono vere, non dovremo preoccuparci solo di una moria di pesci” la donna, da quando la missione per il Protettorato era iniziata, sembrava essere invecchiata di alcuni anni, la speranza che aveva animato la sua partenza era andata svanendo sin dalla raccolta dei primi dati su alcuni fenomeni geologici. Il corso della corrente vicino Skerak, regolato dalla temperatura delle acque, era stato deviato da un aumento di alcuni gradi nel tratto di mare in prossimità del vulcano sommerso. Una innaturale attività sismica era stata invece registrata lungo tutte le maggiori catene montuose.

“Rischiamo di danneggiare gravemente i velivoli dati in concessione e come rappresentate del Governatore su questa nave non posso permettere un danno inutile a proprietà spesiane”

“Stia tranquillo, conosco la legge. Prima di tutto dobbiamo attraccare presso la capitale del Dominio di Uhle, speriamo che quei sacerdoti sappiano qualcosa di più. A proposito, sono state inviate le aeronavi da ricognizione con la richiesta di approdo?”

“Sono partite circa un’ora fa”

“Ottimo” Rosulèd guardò verso ovest, le luci del grande centro abitato erano accese “Riferisci al pilota di continuare a questa velocità e di iniziare la regolazione dei motori a bagliorpietra a distanza standard”

“Benvenuti, la Gran Sacerdotessa ci attende nel monastero. Nel frattempo io, l’Alto Chierico, e il Venerabile Officiante vi accogliamo nella nostra città, tempio del Sommo. Dopo la riunione con il Concilio alloggerete presso il monastero e un gruppo di studiosi della nostra università vi accompagnerà domani nei luoghi da voi richiesti.” Dopo l’attracco un giovane sacerdote, vestito con gli ornamenti caratteristici del suo alto ruolo, aveva accolto il gruppo di comando della missione.

“Siamo riconoscenti della vostra generosità. Credo che tale missione potrà migliorare le relazioni fra il Protettorato e il Dominio di Uhle, aprendo in futuro ulteriori possibilità di contatto fra i nostri popoli”

-Anche qui politica- pensò Rosulèd -il Governatore finge di essere interessato alla cultura per aumentare le occasioni di profitto con il resto del Piano-

“Lei deve essere Rosulèd Varpùl, abbiamo sentito molto parlare di lei qui a Lumvalos, un esempio per molti giovani”

“Ne sono lieta, avere aspiranti esploratori nella propria città deve essere una ricchezza da custodire gelosamente”

“Preferiamo indirizzare i più facoltosi verso la monacazione, il culto necessita di sacerdoti preparati in questi ultimi anni. Alcuni decidono di proseguire gli studi e di partecipare alle missioni organizzate dall’Università, ma la fede viene prima di tutto, dico bene?” Il Venerabile Officiante guardò sorridendo la donna di fronte a lui, aspettando una risposta

“Beh, in realtà …”

“Ovviamente, apprezziamo molto la vostra devozione” il capitano Geruvan si intromise nella discussione.

“Fra qualche minuto potremo osservare all’interno del cratere, da alcuni mesi abbiamo rivelato un’intensa attività mai registrata prima. Crediamo faccia parte nel normale ciclo di assestamento della pressione interna alla camera magmatica, ma per ora siamo ancora analizzando i dati. Dalle ultime analisi è emerso che la frequenza delle scosse sismiche è in aumento, ma per adesso ancora solo terremoti di bassa entità”

“Interessante, abbiamo osservato un fenomeno simile anche in alcuni vulcani sottomarini dall’altra parte del Continente, forse sono collegati” Rosulèd guardò prima il ricercatore, poi puntò con il suo binocolo il centro dell’ampio cratere colmo d’acqua.

“È possibile scendere?”

“Normalmente non lo consentiamo, ma vista la natura della vostra missione le abbiamo concesso un permesso di qualche ora, dovrà però essere accompagnata dal nostro gruppo di ricerca”

Dopo qualche ora di scalata, il gruppo raggiunse la sommità del vulcano. L’acqua nel cratere ribolliva, e grandi bolle risalivano sulla superficie, mentre un denso vapore si levava verso l’alto. I volti dei ricercatori si scambiarono occhiate colme di spavento.

“Non abbiamo mai osservato nulla di simile, le rivelazioni risalenti a un mese fa indicavano una normale temperatura dell’acqua.”

“È chiaro che stia accadendo qualcosa, le relazioni con il comportamento delle correnti e dei vulcani sottomarini in tutta Eseldur sono troppe per essere solo delle coincidenze. Dobbiamo assolutamente svolgere la raccolta di campioni e dati velocemente per poi tornare a Spes e riferire tutto. Se alcuni sacerdoti selezionati potessero aggiungersi sarebbe estremamente utile” Rosulèd iniziò a scrivere velocemente su un taccuino, dando di tanto in tanto ordini ai presenti.

“Certo, riteniamo anche noi che sia la cosa migliore Per quanto riguarda il trasp…” Un boato sovrastò la voce del lumvalossiano, accompagnato da una scossa sismica. Un urlo di dolore sembrò per un attimo superare in intensità il rombo della terra, un membro del gruppo di ricerca spesiano, troppo vicino al limite del cratere, aveva perso l’equilibrio ed era caduto nell’acqua bollente.

“Svelti, tiratelo fuori!” Rosulèd girò velocemente la testa, cercando di rimanere in piedi. Un altro boato però rispose alle sue parole. Immediatamente tutti gli occhi si girarono verso l’origine del rumore: un blocco di roccia aveva provocato, staccandosi, il collasso di un versante del rilievo. L’acqua nella conca vulcanica, privata del suo contenitore naturale, iniziò a defluire verso la spaccatura e con essa il corpo oramai senza vita del ricercatore.

“Fra pochi secondi dovrebbero arrivare le aeronavi, ho dato ordine di raggiungere la vetta in caso di pericolo!” Geruvan salì su una roccia, cercando di tranquillizzare gli altri. Dopo qualche attimo infatti un rumore di motori riempì di sollievo i cuori dei presenti, le corde vennero calate e in pochi minuti persone e attrezzatura erano in salvo. Dall’alto della vista concessa dai velivoli si presentava uno spettacolo agghiacciante: l’acqua era quasi completamente defluita verso il mare, lasciando melma fumante dietro il suo percorso.

“Non siamo alle prese con una scossa isolata, è in pericolo l’integrità dell’intero continente. Possano i Superni aiutarci.”

Capitolo quinto: la pesca miracolosa

Era, come sempre d'altronde in quel periodo dell'anno, una giornata serena; sulla spiaggia che separava la piccola baracca di legno e il mare soffiava una brezza leggera, piacevole per il lieve torpore che portava con sè. I due soli, generatori di questo vento pacato, iniziavano timidamente a comparire all'orizzonte, e i loro raggi, che sembravano quasi intrecciarsi nell'aria eterea delle prime ore del giorno, colpivano la porta della modesta abitazione e filtravano tra le assi di legno, il cui tempo trascorso a sorvegliare l'abitazione aveva distanziato fino quasi a permettere di spiare cosa accadesse all'interno della piccola casa. 

Fu al verso dei gabbiani che la l'intera parete scricchiolò, come in una risposta fantastica alle creature, e l'uscio fu calpestato delicatamente da una fragile figura femminile che recava tuttavia nella pelle indurita delle sue mani e nei capelli precocemente canuti una vita costruita grazie a moltissime fatiche.

La donna, il cui nome era Venesdiàn, scrutava l'orizzonte alla ricerca di un punto lontano:

<Inestòr, non pensi che sia l'ora di uscire di casa? I pesci non ti aspettano lo sai!> disse scherzando, ma consapevole che il lavoro del pescatore richiedeva dei ritmi abbastanza regolari, la cui alterazione poteva compromettere il frutto dell'intera giornata.

<So benissimo quando uscire di casa! Ho trovato un posticino, non troppo distante dalla grande insenatura, dove pullula di pesci, ieri tornando dal mare ne ho visti a centinaia, che saltellavano qui e lì fuori dall'acqua, tanto che avrei potuto catturarli a mani nude!>  rispose l'uomo, i cui occhi brillavano per la possibilità di guadagno <Ho voluto concedermi questo lusso, un piccolo regalo dopo anni di onorata carriera! Non è forse questo il privilegio dei "liberi professionisti"? Che diamine!> e la moglie sorrise divertita.

Poco dopo, quando l'alba era da poco passata, tanto che il cielo ancora era macchiato di rosa, l'uomo uscì di casa, caricando su una piccola barca le reti e tutto l'occorrente per la giornata, facendo ovviamente attenzione a non scordare il portapranzo che Venesdiàn gli aveva appositamente preparato: zuppa di patate e pan di mele, i piatti della tradizione lumvalossiana da lui più apprezzati. Salutò la donna e subito dopo spinse la barca in acqua, vi salì, e si allontanò nel mare, dirigendosi verso la grande insenatura.

Dopo circa due ore di piacevole navigazione, ecco comparire la grande insenatura. Inestòr ammainò le vele, prese i remi e lentamente si avvicinò ai pochi metri quadrati di acqua che il giorno prima aveva visto ospitare una miriade di esemplari di moltissime specie diverse. Giunse quindi nel luogo, ma dei pesci nemmeno l'ombra.

<Dannazione> disse ad alta voce <E quei pesci? Dove se ne sono andati!?> urlò. Continuò quindi una imprecazione, pronto a sfoderare il lessico comune dei pescatori <Ma porcaccio quell'onnipotente di Uh...> ma una voce lo interruppe <Non continui per favore, non tollero le bestemmie contro il Sommo> un uomo basso e corpulento si trovava sulla riva, e lo fissava attraverso due occhi simili a fessure, un largo sorriso occupava la maggior parte del suo volto. <Cosa cerca? Ho sentito che era alla ricerca di pesci, è per caso un pescatore?> Inestòr lo fissava con uno sguardo incredulo, non si era accorto della sua presenza <S-Si, lo sono.> <Non aggiunga altro, immagino che i pesci la abbiano tratta in inganno! Si trova vicino a un allevamento sotto la giurisdizione del Dominio di Uhle, e la sera gettiamo nel mare gli esemplari non adatti al settore alimentare, lei non è il primo che visita questo posto alla ricerca di chissà quale covo di pesci!> e concluse con una profonda risata, dopo la quale salutò e tornò verso il luogo misterioso dal quale proveniva: il camice che indossava recaca una scritta "Allevamento ittico di Lumvalos".

Inestòr, sconsolato e triste, si diresse verso il largo, alla ricerca di migliori risultati. Nonostante la vergognosa sconfitta, l'uomo non si era arreso e ammise ad alta voce <Suvvia Inestòr, non fare lo stupido! E' stupido non sperare, ed è quasi peccato!>. Si rimboccò le maniche e continuò a navigare.

Verso l'ora di pranzo, l'uomo iniziò a gettare le reti e dopo aver compiuto questa operazione, sollevò i remi e pranzò, gustando i deliziosi manicaretti di Venesdiàn. I soli splendevano vigorosi sopra l'uomo, il quale rimase per svariati minuti ad osservare il lento moto verticale dei galleggianti, vittime passive del passaggio delle piccole onde. Inestòr si distese dunque all'ombra della vela ammainata, poggiando la testa sopra un morbido sacco contenente una vecchia rete da rattoppare e restando in attesa del sonno, sicuro che l'esperienza lo avrebbe svegliato "La mia sveglia è l'età" pensò, e si addormentò.

Aprì gli occhi era il sole iniziava a declinare, quando il cielo azzurro ancora non si tinge dei colori caldi del tramonto. Si stiracchiò, spiegò parzialmente la vela e lentamente iniziò a ritirare le reti, straordinariamente pesanti. Ancora una volta esclamò a a voce alta <Meraviglioso! Uhle devi avermi perdonato per quel piccolo scherzetto di stamattina, stasera si festeggia!> ma l'entusiasmo svanì immediatamente, non appena il frutto della giornata si rese visibile.

Le reti erano piene di pesci, morti, i cui occhi vitrei fissavano l'uomo con l'espressione spaventata che tutti gli abitanti del mare sembrano possedere, in virtù di chissà quale segreto custodito negli abissi più remoti. Non solamente pesci di piccola taglia, ma anche un maestoso pesce spada era rimasto incastrato nelle reti di Inestòr e ora giaceva senza vita sul ridotto ponte della imbarcazione. "Cosa succede? Una qualche epidemia?" pensò il pescatore "Farò controllare i pesci una volta a casa, stavolta questo tesoro non mi sfuggirà, a costo di buttare tutto al mio ritorno!".

La barca carica di pesce procedeva lentamente e il pescatore fischiettava, dimentico di quanto era accaduto circa un'ora prima, quando ciò che vide lo fece sussultare tanto quasi da farlo cadere in acqua: una distesa di pesci occupava il mare sin quasi alla riva, dove sembrava si stesse agitando l'uomo tozzo avvistato in mattinata. I cadaveri occupavano ogni millimetro di superficie e spesso sembravano sovrapporsi, creando macabri cumuli in cui gli strati più alti erano occupati da pesci che ancora cercavano di respirare, condannati ormai a morte certa. Con una certa fatica Inestòr si fece largo tra le carcasse e finalmente giunse a riva, dove l'allevatore iniziò a parlargli con un tono che non lasciava trasparire nulla della bonarietà dello stessa mattinata <Ha visto cosa è successo? Ha visto? Questo è il Sommo che ci punisce! Ci punisce dico io! Depravazione e altra depravazione, anche dentro l'ordine sacerdotale! Noi servi del Dio ci dobbiamo inchinare a lui!> e corse via, recitando preghiere e altri tipi di canoni e canti sacri.

Il pescatore tornò quindi a casa verso sera.

Venesdiàn lo aspettava alla porta, e scrutava preoccupata lo stesso punto all'orizzonte che aveva scrutato quella mattina, e solo carcasse occupavano il suo campo visivo. Sul bagnasciuga, dove le onde avevano accatastato migliaia di esemplari, le mosche avevano già attaccato i i corpi dei pesci e un odore terribilmente sgradevole proveniva dal mare: la brezza marina, prima fresca e profumata, era ora foriera di un tanfo indescrivibile. Inestòr scese dalla barca, immergendo le gambe sino al polpaccio nell'acqua <C'è qualcosa di strano nel mare, quasi impercettibile, ma ci sta. Sembra più caldo.> disse l'uomo, con gli occhi e la voce pieni di preoccupazione. Il frutto della pesca era ormai da buttare, e solamente parte del maestoso pesce spada fu conservata. La coppia cenò in silenzio e andò a dormire, nei loro pensieri non vi erano risposte, ma solo domande e angosce e un'unica certezza: nulla sarebbe più stato come prima.

Capitolo sesto: è un ciclo che si ripete

Olimpo Supernico

La figura ammantata di blu  non lo degnò di risposta, limitandosi ad un misurato sospiro e ad un indecifrabile movimento del capo.

“Svelami questo segreto Levoterèd…raggiungeremo mai un accordo?” Bisbigliò sogghignando il Superno dei messaggeri cercando di sovrastare gli schiamazzi dell’ assemblea supernica per farsi ascoltare.

Nùn osservò l’assemblea farsi sempre più concitata, giurò anche di vedere qualche saetta partire da qualche scranno diretta contro qualche altro mentre l’argomento della discussione infiammava gli animi

“Guardate cosa sta accadendo al piano…I vulcani rispondono alla sua presenza, impazziscono, le loro urla di gioia rieccheggiano perenni anche in queste aule!” Continuò serio facendo una volata sulla platea con lo sguardo, osservando arcigno tutti i superni presenti.

“E’ fuggito! Lo avevamo messo lì dentro decadi or sono!” Gridò il Superno della disciplina agitando il pugno in aria infuriato “E lì doveva restare! Kataskematiko non è più tornato a sorvegliare la prigione ma ora che Drarth è libero lui dov’è?” Si sollevò di scatto indicando con un gesto violento il pianisfero animato affisso alla enorme parete di materiale marmoreo candido.

“E inoltre! Anche….” Aveva già ricominciato il suo assalto verbale quando un altra figura prese parola con un gesto della mano, interrompendo fortunatamente la sequela di ingiurie che stava per incominciare.

“Superni tutti, come detto dall’ impetuoso Adegù la situazione è grave….ma non dobbiamo farci prendere dalla fretta.” Fece una breve pausa sperando di avere ottenuto l’attenzione di tutti “Quante volte abbiamo visto un piano distrutto? Un cataclisma, un invasione, un errore….è un ciclo che si ripete” Il dito del superno tracciò nell’ aria un cerchio mentre pronunciava le tranquille parole “Aspettiamo…aspettiamo che Drarth se ne vada verso l’unica uscita possibile” Concluse incrociando le mani dietro la lunga veste “Aprirà il Portale e se ne andrà, le popolazioni autoctone fuggiranno e un altro ciclo ricomincerà” Un brusio generale segui le parole del Superno del Dovere, che silente osservava la sua idea spargersi fra l’assemblea.

Questo si riduceva l’essere Superni…assistere passivamente ai fatti, osservare e scrutare, occuparsi dei propri domini in maniera diligente..o questo era sempre quello che avevano fatto, ad eccezione di rari casi passati…

L’idea del superno del Dovere fece breccia in diversi cuori supernici, spingendoli a rimanere affacciati al planisfero a guardare lo svolgersi degli eventi. Ma nei cuori di altri, forse per vocazione naturale, fece scattare un impeto di azione, portandoli a prendere una decisione differente: quando Eseldur fu calata la notte, parte dell’ assemblea supernica iniziò la sua lunga marcia sul suolo terreno...

Capitolo settimo: quanto tempo ancora?

Spes, Ufficio del Protettore, Cinque mesi dopo la moria dei pesci

“Quanto tempo?” Chiese alla donna in piedi davanti a lui, dall’ altra parte del tavolo, massaggiandosi gli occhi chiusi con i pollici lentamente.

Il Lelèm gettò le carte sulla grande scrivania e si accasciò sulla poltrona, sospirando e permettendosi di slacciarsi i primi bottoni della elegante giacca che stavano iniziando a soffocarlo

Prese fiato, cercando inizialmente delle parole adatte ma poi arrendendosi alla triste inevitabilità del fatto.

La domanda fatidica arrivò, infine, quella che l’esploratrice Rosùled Valpùr non avrebbe mai voluto sentire. Aveva viaggiato in lungo e in largo, perso uomini a navi della flotta Spesiana negli ultimi mesi mentre vagava per tutto il piano a raccogliere informazioni sulla intensa attività vulcanica. Il frutto furono tomi e tomi di rilevazione, statistiche, misure, calcoli provenienti dalle città di tutto il creato, rielaborati dalle menti più brillanti del Protettorato….e i risultati dicevano catastrofe imminente.

“Poco…gli studiosi dicono questione di un anno, forse qualche mese di più” Proferì le prime parole notando il sussulto quasi impercettibile del Protettore, congratulandosi mentalmente con lui per la compostezza dimostrata “I vulcani sono in pieno regime di attività e così è il sottosuolo…terremoti dovuti all’ intensa attività sismica produrranno onde inimmaginabili…Le città sulle coste saranno le prime, l’Accademia sta preparando i messaggi di allerta…” Deglutì prima di riacquisire un tono più sicuro “La geografia di questa città la pone dentro ad una muraglia di monti, facendolo quasi da scudo..è probabile che si riverseranno tutti qui Protettore, Spes deve essere pronta ad accogliere tutte le genti del piano” Disse con solennità sperando in una reazione del Protettore ancora leggermente accasciato.

“E’ congedata esploratrice Valpùr” Proferì rapido e lapidario.

“Protettore vorrei solo aggiungere che…” Si stava affrettando a dire qualcosa quando la mano dell’ uomo si alzò di scatto, facendo chiaramente notare l’inutilità di qualsivoglia parola di conforto.

L’uomo prima annuì poi si mise a sistemare la cancelleria sulla scrivania, segno che la sua mente era già a pieno regime di attività. “Bene…per quanto possa essere ironica questa parola ora…saremo pronti come sempre” Sorrise in modo forzato, come se stesse ingoiando fiele amaro alla corte del Re. Rosùled capì di avere di fronte l’uomo con probabilmente il peso più grave che un uomo possa sostenere sulle proprie spalle, quello di milioni di vite in pericolo.

Si affrettò fuori dal palazzo del Protettore, pensando per una volta prima a se stessa che alla propria patria... o al vil denaro. Pensava ai suoi figli mentre tutte le persone che affollavano la piazza di Spes sollevarono gli occhi al cielo con boato di sorpresa e meraviglia: una fila di stelle cadenti stava solcando il cielo, incendiando di fulgida luce pallida il firmamento buio per poi tuffarsi ancora nelle tenebre, lasciando un forte ricordo nelle menti di tutti.

Capitolo ottavo: il piccolo Kasmirù

Le piogge incessanti scrosciavano sopra il piano da giorni, oramai. Una coltre di nubi nera e fitta occludeva la luce del sole gettando tutto Eseldur in un tenebroso crepuscolo. Pioggia, terremoti, maremoti…tutto stava lentamente finendo a pezzi, l’intero creato scosso e sconquassato senza alcuna pietà per gli esseri che lo abitavano.

Il piccolo Kasmirù era rannicchiato vicino al focolare della sua calda casa a Spes, riparata dalle alte case addossate l’una contro l’altra. Il fuoco scoppiettava nel camino, timido se messo al confronto con i roboanti tuoni che affollavano il cielo notte e dì, riempiendo la casa di una traballante luce e un familiare tepore. All’ interno della casa, oltre alla sua famiglia, ospitava altre persone: parenti, conoscenti, uomini e donne a cui era stata portata via la casa da una delle improvvise scosse di terremoto. Frammenti di vite che cercavano un unione stando vicini gli uni con gli altri.

Fissava le fiamme come ipnotizzato, perdendosi in quella danza scintillante che gli ricordava il parco della città in autunno. Ripensava a quello che aveva visto il giorno prima a quelle persone che erano arrivate in città maserate e fradice fin dentro le ossa. Suo padre gli disse che erano il popolo del mare, quelli che pensavano di sapere tutto di quella enorme massa d’acqua…Li vide valicare il passo di Spes strascicando i passi, trascinando viveri e vettovaglie. La loro carnagione scura prima sinonimo di una vita passata per mari sotto il sole cocente ora contribuiva a rendere la loro figura più cupa.

“Il mare ci è caduto addosso” Farfugliava qualcuno di loro mentre cercava di metabolizzare la distruzione a cui avevano assistito

“Le nostre navi erano come quelle diavolerie volanti, ho visto uno dei galeoni del Capitano schiantato contro una casa” Diceva un vecchio pescatore che ancora stringeva compulsivamente lo scialle della moglie oramai perduta.

A loro seguirono, dopo qualche giorno, quelli che Kasmirù ricordò per sempre come “gli uomini di cenere” Alcuni erano normali persone, altri più strani…lunghe tuniche una volta bianche probabilmente, tanti recavano quel simbolo che spesso aveva visto in giro, anche portato da qualche suo parente: Un occhio circondato da un pentagono. I vestiti erano differenti ma tutti erano sporchi di fuliggine, come se fossero finiti dentro ad un caminetto. Tutti bisbigliavano parole sommesse, farfugliavano cose del loro Dio, di come tutto stesse per finire….Il loro arrivo fu preceduto da un grosso tonfo nel lago della città, molti di loro accorsero verso di esso per vedere cosa fosse accaduto, specialmente gli uomini con la tunica. Assieme a loro arrivarono anche gli abitanti delle fredde lande di Arkanthius, terra prima martoriata dall’ uomo e ora dal cataclisma di una terribile eruzione vulcanica.

Come un giorno seguiva un altro, anche le popolazioni che Kasmirù vedeva passare dalle finestre di casa sua si palesavano in una tetra sfilata per le vie di Spes: Arrivarono gli abitanti di del freddo sud, quelli conosciuti come Modernisti, parlando anche loro del mare che aveva abbatuto mura e case. Arrivarono con fare stoico e ordinato, ma dentro di loro avevano il cordoglio più grande. Agli abitanti di Bopville si erano anche accodati i provenienti dalla desertica Ejitel, travolta da un allagamento feroce, che rapidi avevano dovuto evacuare le sabbie per scampare ad una sorte ben peggiore.

Si vociferava che gli abitanti di Drackar si erano confusi con le folle, per poi riunirsi all’ interno della capitale del protettorato una volta trovato un posto sicuro…Ombre che ancora sentivano il peso della loro politica efferata pesargli, forse per la prima volta nella loro vita, sulle spalle.

Il piccolo Kasmirù sentiva queste storie dalle persone che sedevano attorno alla parca tavola assieme a lui ogni sera. Silenzioso mangiava la sua minestra mentre le peripezie dei profughi di ogni città venivano raccontate dai suoi parenti che ogni giorno cercavano di accaparrarsi il cibo quotidiano al mercato di Spes, luogo di raccolta e di incontro, mentre la sua vita continuava chiusa fra le mura di casa sua, fra una scossa di terrore e uno spaventoso rombo di tuono.

Capitolo nono: non resta che aspettare...

La porta si aprì di scatto e una donna zuppa da capo a piedi fece irruzione nella sala ingombra di guardie e uomini tutti intenti a destreggiarsi fra lunghi tavoli fitti di fogli e progetti. Alla testa di uno dei lunghi tavoli sedeva il Protettore Lelèm, intento a coordinare tutte le operazioni di messa in sicurezza della città.

Ordini venivano gridati, il fruscio dei fogli affollava la stanza bassa piantata nelle viscere della città, fogli fra cui si stava facendo strada la donna appena arrivata. Fra spintoni e parole poco gentili riuscì ad arrancare fino alla scrivania più importante di tutte.

“Sono arrivate anche le popolazioni delle Use e di Helmgard! Alcuni sono riusciti ad abbandonare le isole prima che il mare si facesse troppo mosso” Disse con un mezzo sorriso sbattendo dei registri sulla scrivania davanti al Lèlem.

“Allora ci sono tutti finalmente. E’ andata molto meglio di quanto sperassi..” Trasse un lungo sospiro di sollievo, non facendo neanche caso all’ acqua proveniente dalle maniche della mantella della donna che stava iniziando ad invadere un lato della scrivania.

“Ora non possiamo fare altro che aspettare Protettore, serriamo i valichi, attendiamo..” Proseguì con un lieve tremito di speranza nella voce, prendendo posto sulla sedia al fianco del potente uomo che, già alla più principiante occhiata, lasciava ben intendere il suo stato stressato e provato.

“Si chiudiamo i valli di Spes..il portale si è sempre aperto in queste situazioni, la Storia parla chiaro…” Disse con l’amaro in bocca, per nulla convinto del suo improvviso e ingiustificato ottimismo. La stanza cadde nel gelo più totale, il Protettore si interruppe mentre il pavimento iniziava a tremare di nuovo…ogni volta avrebbe potuto essere l’ultima, ogni volta il soffitto rinforzato avrebbe comunque potuto cedere sotto gli scossoni della terra…Tutti tirarono un respiro di sollievo quando la stanza si riassestò, ancora una volta appoggiata intera sulle sue fondamenta “…Se il portale non si aprirà, la disfatta sarà totale.” Continuò solenne “Il destino dell’ umanità, ancora una volta, è nelle mani del fato”.

Capitolo decimo: l'ultima dimora

Gruppi di profughi vagano per le affollate vie di Spes, cercando un vicolo riparato per dormire. Le migliaia di persone che erano giunte  nella città per cercare rifugio dai continui terremoti erano state stipate nei quartieri, per evitare che gruppi di nazionalità diversa dessero vita a faide e tensioni. Il Protettore aveva firmato numerosi documenti per permettere una equa distribuzione del poco cibo rimasto nelle scorte cittadine, il numero di guardie era stato aumentato, aveva trasformato il suo Palazzo e la Fortezza Bianca in ricoveri per i malati.

Ogni sera, presso i templi rimasti in città, canti si levavano verso il cielo, chiedendo una risposta ai Superni e alle numerose divinità pregate dalle genti di Eseldur. Fin dalla Prima Era “coloro che volano” erano arrivati in aiuto dei mortali proprio quando questi ne necessitavano, aprendo l’Antico Portale e permettendo a migliaia di persone di fuggire verso Piani più ospitali. Ma Eseldur sembrava essere destinato ad essere l’ultima dimora degli uomini, forse condannati a perire sotto le macerie dei terremoti o le alte onde che questi provocano nel mare. La pioggia inoltre scendeva incessantemente da due settimane e il lago al centro della città era prossimo a superare gli argini che gli operari avevano dovuto velocemente costruire.

“Protettore Lelem, l’arrivo dei Lumvalossiani e degli Skeraki ha stravolto i nostri calcoli, le riserve alimentari non basteranno per le prossime due settimane. Gli ultimi contadini sono stati costretti ad abbandonare i campi, oramai distrutti dall’acqua, gli allevatori hanno visto morire gran parte dei capi di bestiame, inghiottiti da profonde crepe nel terreno o schiacciati sotto il peso delle travi nelle stalle crollate. La situazione è critica, saremo costretti a respingere i profughi, o anche Spes cadrà.” Il Funzionario Speciale consegnò una cartella e attese la risposta dell’uomo al momento più potente del Piano.

“Dannazione! Spes non è una città come le altre, questo lo abbiamo sempre saputo. Il suo stesso nome rievoca nel cuore delle genti di ogni era la speranza di un destino migliore, di una salvezza. Il nostro compito è ed è sempre stato quello di accogliere, guidare e proteggere. Non possiamo tirarci indietro proprio ora, confidiamo nei Superni, anche se sembrano aver scordato che nacquero proprio dalla determinazione dei primi uomini.

Capitolo undicesimo: la battaglia di Spes

Una forte scossa di terremoto svegliò l’intera città nel cuore della notte, tutti corsero per le strade, impauriti dall’accaduto. La fortezza era crollata su sé stessa e una nuvola di polvere si levava silenziosa dal cumulo di macerie.

“Il protettore! Era lì dentro!” un’anziana donna spesiana si buttò al suolo, gridando e indicando disperata l’edificio che oramai non esisteva più. In breve tempo un coro unanime di grida e pianti tuonò nella notte, una sempre più numerosa folla si stava radunando vicino al ponte che prima collegava la fortezza alla terraferma, cercando di vedere segni di vita.

Improvvisamente dal lago di Spes si levò un frammento di bagliopietra, piccola luce fluttuante nell’oscurità. Dopo pochi secondi, nel silenzio creatosi, centinaia di piccoli frammenti uscirono dalle acque, illuminando Spes di un bagliore caldo e accogliente, tutti si resero conto in quel momento che la pioggia era terminata, le acque del lago erano finalmente placide. Dopo pochi minuti altra bagliopietra si levò dalle montagne, dal terreno, da ogni spiazzo di terra libera, la città era illuminata in ogni suo più piccolo anfratto.

Tutta Eseldur risplendeva, avvolta nel silenzio.

Il silenzio venne squarciato da corni di guerra, tuoni di una potenza mai avvertita da alcun mortale. La bagliopietra brillò sempre più intensamente, dallo splendore di tale luce delle forme si materializzarono, corpi eterei di comparvero nell’aria, gli occhi dei mortali rivolti con stupore e terrore verso l’alto.

Ai corni si affiancarono voci celestiali, altre figure comparvero all’istante, avvolte in una nube di energia.

Una musica pervadeva la terra: un canto di guerra.

“I Superni hanno accolto la nostra preghiera! Eccoli in nostro aiuto, la nostra salvezza!” Un sacerdote del culto di Adegès alzò le braccia verso l’alto, e mentre lacrime rigavano il suo volto solcato da profonde rughe negli occhi si rispecchiava lo splendore e la lucentezza della schiera supernica preparata nel cielo.

I Superni erano finalmente giunti, nel cielo di Spes una sinfonia di forme raccoglieva anni di speranze e timori delle genti di tutta Eseldur.

Una nuova scossa turbò lo spettacolo divino, molti caddero al suolo, impreparati a un nuovo terremoto. Una nube scura scese dalle montagne, prendendo lentamente forma al centro del lago, dapprima come una nuvola densa e amorfa, poi come essere umanoide dalle dimensioni titaniche, gli occhi come tizzoni ardenti e ricoperto da un’armatura nera, saette di anergia accompagnavano ogni suo movimento.

“Drath! Ti sei liberato dalla prigione che il nostro Padre Kaskemas aveva per te predisposto alla fine del tempo e dello spazio, hai sconvolto gli equilibri dell’intero Jandùr e stai ora portando verso la distruzione questo Piano. L’Assemblea Supernica ha un’unica sentenza, l’oscuro signore di Buhhu deve morire e con esso la sua informa progenie. “

Quando le figure lucenti ebbero pronunciato all’unisono queste parole, tutti i Superni si lanciarono all’attacco, accompagnati da una grande esplosione di luce.

Lampi colpivano le opposte fazioni e Drarth, seppur da solo, riusciva a tenere testa a ogni Superno. Makuròn e Lucy plasmavano la roccia delle montagne, scagliando massi contro il nemico.

Araton e Markus comandavano le acque del Piano, masse di acqua da ogni oceano giungevano nella conca di Spes, avvolgendo Drarth e sferzandolo con la forza di mille correnti marine. Sedòn e Adegu colpivano con fruste lucenti Drarth; Kolis, Levotered e Maruk manovravano sfere di pura energia, indirizzandole contro l’avversario.

Nonostante i molti combattenti, Drarth assorbiva ogni colpo senza mostrare danni. Adegès venne preso e il suo corpo spezzato in due parti, per poi ricomporsi con un tuono pochi istanti dopo. Ogni attacco veniva bilanciato, l’armata luminosa attaccava il nero sovrano e questo non sembrava cedere, nessuna fazione acquisiva vantaggio. Nun, Satardel e Moradul erano impegnati nel proteggere i mortali, allontanando i colpi del signore di Buhhu.

Agli occhi terrorizzati degli uomini la complicata danza dei Superni e di Drarth appariva sicuramente come l’evento più maestoso che avessero mai osservato. Per centinaia di anni “coloro che volano” erano rimasti nell’Olimpo, senza manifestarsi. Molti li credevano oramai scomparsi, un simbolo del passato, delle vecchie Ere e della Storia oramai scritta. Nessuno avrebbe più dimenticato il giorno in cui i Superni erano tornati a camminare al fianco degli uomini, erano tornati per proteggerli come avevano sempre fatto.

Una luce sovrastò i bagliori del combattimento, la terrà vibrò intensamente e dalla caverna dell’Antico Portale una luce eterea e azzurrognola investì tutta la città.

Un grido di gioia sembrò far dimenticare a tutti il combattimento Supernico: il Portale era stato aperto. Una fiumana di gente iniziò a correre verso la grande grotta. Canti e urla accompagnavo le migliaia di persone in fuga, che con occhi colmi di lacrime cercavano di scorgere qualche dettaglio in più.

Ai primi che giunsero nella gigantesca caverna parve di sognare, l’Antico Portale era attivo e al suo interno un cerchio di energia invitava i profughi ad attraversarlo. La disperata corsa continuò senza sosta e quando giunsero ai piedi del gigantesco artefatto la colonna esitò, per poi entrare con decisione e scomparire per sempre da Eseldur.

Il combattimento si era placato, osservavano stupiti gli eselduriani entrare nella grotta. Dopo pochi istanti lo scontro riprese, la schiera lucente era ferma nella volontà di impedire a Drarth di attraversare il Portale e scomparire nel multiverso del Jandùr. I colpi diminuirono e la lotta si trasformò in un inseguimento. I Superni, numericamente maggiori e più veloci, entrarono per primi nella grotta dell’Antico Portale e tentarono di bloccare il sovrano di Buhhu. Nelle ore che seguirono anche gli ultimi profughi attraversarono il Portale, Spes era stata nuovamente abbandonata per rinascere in un altro piano.

Quando l’ultimo mortale passò nello strato di energia, i Superni, in un attacco congiunto, respinsero Drarth ed entrarono nell’Antico Portale. 

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